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LE PAROLE CHE NON SO DIRE: INTERVISTA A ROBERTO BREDA

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Dal 16 al 24 marzo 2024 si terrà, presso l’oratorio dell’Assunta di piazza Cima (Conegliano), la mostra dell’artista Roberto Breda, in arte Be My Marlene, “Le parole che non so dire”.
Nei libri e in laboratorio, impara l’arte e il mestiere dell’incisore e dello stampatore, fino a farli divenire il suo lavoro. Grafico e fotografo, crea e costruisce l’immagine che le aziende danno di sé, progettando, dipingendo e fotografando nel suo studio a Conegliano.
Al di fuori di questo contesto, la pittura diventa un’immediata valvola di espressione creativa, in quanto non sottoposta alle limitazioni della comunicazione commerciale.
Be My Marlene è la firma del suo progetto artistico.
Per l’occasione, e per conoscere meglio questo artista, gli abbiamo rivolto alcune domande.

Da dove sorge la passione per tutto ciò che concerne l’arte e, in particolare, la pittura?
Questa passione nasce in tenera età. Mi è sempre piaciuto disegnare e e sono sempre stato affascinato da tutto ciò che è “immagine”: libri illustrati, figurine, poster. Mia madre mi ha sempre incoraggiato in questo cammino e, appena possibile, ho scelto di frequentare una scuola d’arte, dove ho potuto approfondire la tecnica a pittorica, sperimentare le varie tipologie di stampa d’arte e maturare la mia ricerca.
La pittura, in particolare, risulta essere il media più coerente per concretizzare ciò voglio esternare ed esprimere.

Da dove nasce il progetto artistico Be My Marlene?
Il progetto nasce nel momento in cui ho capito di poter dare un’identità al percorso creativo che avevo ripreso in mano dopo anni di pausa. Venivo da un momento di difficoltà familiare e il disegno e la pittura mi hanno aiutato a rimettere ordine e ritrovare la serenità. Con il passare del tempo, ho dato sempre maggior peso alla connotazione simbolico-espressiva delle mie opere, andando oltre la semplice resa estetica. Il nome “Be my Marlene” nasce da un aneddoto legato al primo incontro tra Ernest Hemingway e Marlene Dietrich: l’attrice, invitata a una cena, non volle sedersi a tavola in quanto sarebbero stati tredici commensali. Hemingway, notata la scena, si offrì di fare da “quattordicesimo”, rimettendo ordine nella superstizione e dando inizio a una lunga e intensa relazione platonica.
Il nome Be my Marlene è un omaggio a questa relazione, è la necessità di produrre meraviglia per “qualcuno”, è la voglia di essere il fondamentale quattordicesimo per una persona speciale.

Qual è il tema della mostra e il messaggio che si cela dietro ad essa?
“Le parole che non so dire” è un percorso pittorico, è un’indagine verso i sentimenti che rimangono inespressi nelle parole. Il tema principale è quindi questa difficoltà a comunicare correttamente le emozioni, anche contrastanti tra loro. È una contrapposizione tra quello che è il mio lavoro di grafico e fotografo, dove la mia creatività è messa al servizio di una committenza, all’espressione di quelli che risultano essere i miei pensieri ed emotività. Come detto in precedenza, la pittura è la mia valvola di sfogo: gioia, affetto, amore e richieste di aiuto trovano spazio nelle mie opere. I quadri di questa mostra sono strutturati combinando la parola stampata, ricavata dalle pagine di vecchi libri, con la scrittura gestuale e il colore. La pagina rimanda alla mia carriera di grafico ed è la rappresentazione del linguaggio strutturato; la scrittura gestuale simboleggia il linguaggio parlato e personale, mentre la pittura è il mezzo che adopero per rappresentare tutti qui concetti che non riescono a diventare parola. La carpa Koi, che, come avrete modo di notare, risulta essere il soggetto principale di questa mostra, è un animale i cui colori si discostano dall’ambiente acquatico, contrasto che le porta ad apparire fuori contesto. Secondo la cultura giapponese, a cui mi ispiro molto proprio perché ogni cosa, oltre che all’apparenza estetica, racchiude un significato, è associata al coraggio, alla persistenza e alla dedizione; è l’allegoria del samurai e, per questo, nella mia indagine visiva, è risultato un soggetto coerente alla rappresentazione dei sentimenti e delle emozioni.
Il percorso espositivo verrà “guidato” da degli origami di koi, una sorta di alias tridimensionale che si pone al di fuori delle opere.
Citando Mark Rothko, la scelta di supporti di grande formato, infine, ha come scopo quello di attrarre lo spettatore all’interno dell’opera e fargli vivere direttamente un’esperienza più intima.

Come pensi che evolverà il tuo percorso?
La carpa Koi è il primo di una serie di soggetti che animeranno le esposizioni che ho in programma per l’immediato futuro, dove gli animali andranno a rappresentare i diversi aspetti dell’emotività umana.

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